Created to accompany performances at the Ancient Theatre of Epidaurus, the music vibrates with emotional intensity. Karaindrou gives her themes to a small ensemble, its sound-colours creating an ambiance both archaic and contemporary, as textures of santouri, ney, lyra and clarinets are combined and contrasted. Even with reduced instrumental forces the composer seems to imply an orchestral scope.
haiku
–

S’alza polvere
sulla strada sterrata
estate che invecchia
Mediterraneo
sul tuo corpo salato
Sono affamata
Autunno lento
davanti al grande specchio
Quanto rifletto!

Colore denso
il verde si fa rosso
Ora si vendemmia
Notte insonne
fioca lampada accesa
S’attarda l’alba
Notte di gelo
un uomo tra i cartoni –
Sono felice

Inverno stanco
le prime margherite –
voglia di gelo
Giorni di marzo
Fioriscono mimose
sulla tua tomba
Una tartaruga
nell’acqua appena nata
s’adagia stanca

Cesto di gigli
sul piano del lavabo –
Sono sfinita
Sogno erotico
Profumo di platano
Finestra aperta
Foglie bagnate
Una lumaca pasteggia
Refrigerio

Notte profonda
Due piccole luci
Gatto che veglia
Sferzano i monti
dense plumbee nubi
Lièvita il pane
Voce di bimba
solca cirri orgogliosi
Vento d’autunno

Campagna spoglia
Lenta s’alza la nebbia
Cauta intimità
Fruscìo d’erba
Il possente guerriero
chiude il mantello
Alti tralicci
Orizzonti interrotti
Sostano i corvi

© sofia demetrula rosati
(immagini: Vu Cong Dien – Vietnam 1975)
“La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che…” di Cesare Viviani, il Melangolo – maggio 2018.
Grazie a Cesare Viviani per questa riflessione sulla poesia del “duemila”.
Condivisibile in ogni sua parte.
Cesare Viviani
“Si è detto che la poesia è anche, immancabilmente, esperienza del limite, limite che è già inizio dell’estraneità, e quindi illeggibile, insuperabile, non c’è parola, intuizione, simbolo o immaginazione capaci di farlo nostro o di ridurlo. È l’equivalente del limite ultimo della vita: in questo senso la poesia è vita, e non limitazione di essa.
Vorrei che fossero altro questi sedicenti poeti, giovanissimi e giovani, che in qualche occasione pubblica mi guardano storto, loro che non hanno letto niente dei libri che ho scritto, e mi salutano appena, forse per fare contento il loro tutore che non mi ama, o forse perché io non sono mai riuscito a elogiare i loro versi.
La poesia è finita. Prima era essere che aveva le vertigini di fronte ai suoi limiti, era essere e non essere. Oggi è un intruglio bastardo di essere e superessere.
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Πίνακας των υλικών
Il canto di Saffo – Musicalità e pensiero mitico dei lirici greci: La scrittura cambia la parola, di Gabriella Cinti
La scrittura presenta un rapporto paradossale con la morte, se già Platone la accusava di essere disanimata e di distruggere la memoria, come acutamente ci fa riflettere Ong, riferendo citazioni come quella della Seconda Lettera di San Paolo ai Corinzi (3,6): «La lettera uccide, mentre lo spirito dà vita». Emozionante, ancora, quando richiama la nostra attenzione sull’usanza ancora largamente diffusa di comprimere fiori freschi tra le pagine dei libri, soprattutto per ricordare qualche cosa o momento particolarmente significativo, gialli boccioli appassiti tra pagina e pagina, dove il fiore secco, che un tempo era vivo, è l’equivalente psichico del testo verbale. Poi dice: «Il paradosso consiste nel fatto che lo stato di morte del libro, la sua rimozione dal mondo umano vivente, la sua rigida fissità visiva, ne assicurano la durata nel tempo e la possibilità di risorgere in illimitati contesti viventi, grazie a un numero potenzialmente infinito di lettori».
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