Αϕαία _ di colei che svanisce

5 dicembre 2019 § Lascia un commento

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Una breve anticipazione dei versi che conpongono la mia ultima Silloge
“Αϕαία di colei che svanisce” – finalista al Premio Lorenzo Montano 2019.

 

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ci rivolgevamo   agli alberi    quando
le ossa perdevano   il sostegno della   tenerezza
mulinelli d’acqua sorgiva
si annidavano   nel midollo spinale
la   massa scheletrica appariva   fluorescente
con piccoli   coni di luce   che
stillavano   dai pori cutanei
eravamo pura meraviglia e   non
somigliavamo   a nulla
ci coglieva lo stupore   quando
potevamo sfiorarci    ed emettevamo
leggeri   suoni   bluastri
dal vago sapore di felci
il verde   non era ancora stato   codificato
vagavamo   tra il giallo sole e   il blu acqua

    non era necessario mangiare carne
    ci bastava seguire l’infiorescenza stagionale
    non era per questo che preparavamo gli utensili

 

μήτηρ       chissà
se    gli uccelli la sera    si addormentano
con il timore che    il sole    torni e
se il chiarore della luna    li conforta 
o li fa tremare con    la sua mutevolezza
le notti di buio denso   quale palpito
pregano    che l’immutabile    custodisca
il segreto    di tutte le cose
e non si provochi   il grande stupore

è stato facile per   chi veniva dalle steppe   e non
pronunciava ma   usava versi e   gesti irrituali
ci hanno ricoperte   di pelli di capra
nutrite con   il sangue del sacrificato
e noi ne abbiamo   stabilito   la natura di tuoi nemici
e abbiamo cominciato a temerli   a venerarli

    e le dee iniziarono a svanire

 

testo e foto di © sofia demetrula rosati

tre inediti per Trasversale

18 marzo 2016 § Lascia un commento

Sofia Demetrula Rosati: tre inediti per il blog Trasversale
con nota critica di Rosa pierno

Estraniante effetto produce la spaziatura che interrompe il flusso sintattico e si pone in contrapposizione al respiro che, pure, nell’inversione è continuo. Le tre poesie inedite che Sofia Demetrula Rosati riserva alla pubblicazione su Trasversale, sono tutte scandite su questo levare privo del battere. Non mancanza di ritmo, ma un continuo riproporre la nota iniziale, quasi che a ogni sillaba si trattasse di cominciare di nuovo e subito divellere il costruito. Una sorta di vacillamento che, in realtà, è un tenace attaccamento alla percezione, al  presente, che appare quasi slegato e sregolato: tutto si concentra in esso, nessun passato e meno che mai futuro. Non che il riferimento manchi, anzi, è esplicitato solo per meglio azzerarne il valore. Il risultato è una singolare epochè esistenziale, che dona un clamoroso risalto a un esistere che non ha bisogno di lanciare in direzioni temporali la corda di salvataggio, il proprio ancoraggio.

Assistiamo, in tal guisa, alle oscillazioni di una versificazione in cui il vero snodo fra i gruppi di sostantivi e di aggettivi e dei rari verbi è una zona franca, uno spazio vuoto. La sospensione riattiva, o meglio, fa esplodere, la molteplice fioritura di sensi, ma solo per compattarli in un eterno presente. Istante da laboratorio, da messa a punto, quasi sperimentale, ove ogni oggetto linguistico assume la meravigliosa capacità del prisma di proiettare sulle pareti alcunché di diverso dall’oggetto fisico: il dato di partenza è del tutto trasfigurato.

La macchina testuale, messa a punto da Sofia Demetrula Rosati si configura come un artificio atto a produrre una sorta di spazio in cui la poetessa letteralmente abita, unico spazio che le è congeniale. Le false fughe, solo dichiarate, “in fretta mi   scopro    con cura mi    ricopro”, da una condizione esistenziale non soddisfacente, non traggano in inganno. A vedere in quale modo siano d’un colpo fatti fuori desiderio, contributo della mente e immaginazione, c’è da essere certi che ben altre siano le condizioni designanti la stanza testuale congegnata, visto che persino le ‘espressioni’ vengono marchiate come ‘neglette’.

A nostro avviso, in particolare, la seconda poesia, contiene una dichiarazione di poetica, di quelle che oggi è raro trovare in un poeta, essendo molto in voga l’assunzione di qualche tesi filosofica recepita passivamente. Crediamo che in “essere” ci sia un disegno paradossale, del tipo di quelli immaginati da M. C. Escher, in cui si riesce a tracciare quasi una spirale che risucchia se stessa, un avvitamento quadruplo, in cui essere, idea, azione, linguaggio, tutti tacciati di tradimento se assunti in senso assoluto e non relati l’uno all’altro in una continua indissolubile metamorfosi, gettino il seme risolutivo in un terreno che mentre avvelena, fa germogliare.  Il presente, essendo eterno, solo se è sperimentale.            

                                                                                              Rosa Pierno

 

 

 ho paura di scrivere

vorrei lasciare una    traccia    profonda
un solco senza semina      ho paura di scrivere
esistere è      diventato   diga dal     desiderio
vorrei che       questa giornata con     questo sole di    fine estate
non finisse più      vorrei vivere     eternamente      così
morire in questo istante     che differenza c’è?
vorrei   voglio    ho dismesso il     desiderio   tutto è     soddisfatto
tutto da rifare     senza il     contributo della mente      senza l’implicazione

non esistono più i      fiocchi rossi e le    dita alate dei     giorni di     magia
ho visto il sole    all’orizzonte    e ho     pensato di poterlo inseguire     ma è
sempre    attesa d’alba   e il      rosa alla fine        stanca
non è        possibile     fermarsi      occorre
vivere     tutti i giorni    che ci    restano
anche quelli    non calcolati       ho paura di scrivere
inarco la fronte    per le      espressioni neglette
in fretta mi   scopro    con cura mi    ricopro

essere

essere    senza tregua     senza    testimoni
costretti a   proseguire un     discorso di    pietà
pur senza    osare uno   sguardo di    compiacenza
con le   retine oscurate     per non
avere attrattive    se non    la  proprietà
di un    verbo che   non è     un’azione
ma l’esigenza  di un universo  che   implode
riavvolgendo la     sua   storia
con l’unico     obiettivo di      tornare
a quel     non dato    dell’essere    che
finalmente   posa un corpo   larvato
nel tradimento di   una   metamorfosi
resa muta   dalla sua         stessa   idea

eravamo persone semplici finché non si ruppero le dighe

ciascuno aveva il     suo dilagamento oleoso    da gestire
le dighe     un lavoro continuo    quella la nostra umiltà     e
umiliazione  devota     con lo sguardo interrotto      inabilitato a    capire   
il contenimento     l’unica urgenza     la semplicità era     la nostra pelle
le urla sommerse      un     forsennato dolore      poi    
un giorno     in un      determinato istante sincronico     un’unica frana
e le prospettive     si sono impossessate del    paesaggio circostante
non sembrava      ci fossero    ombre       sguazzavamo liberi
nei pantani oleosi     e   ascoltavamo     accordandole
tutte le urla     ora emerse     una     ad una
c’era molto da fare     da costruire     misurare squadrare
riprendemmo      un lavoro continuo     senza umiltà     e
umiliazione     increduli  incostanti     con
lo sguardo       sfacciato e     pretenzioso
non ho mai     capito se quel       determinato istante sincronico
sia stato     voluto  o     subìto      non ho mai creduto che    
la semplicità sia     solo      un orrendo     vissuto

turbamento

20 maggio 2015 § Lascia un commento

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© sofia demetrula rosati

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