parola carnale – 6

12 gennaio 2015 § Lascia un commento

Sono sempre molto più stanco di te al mattino;
forse anche molto più felice. Ti alzi senza far rumore;
frusciano un poco le lenzuola, ti allontani scalza. Io
dormo ancora nel tepore che ha lasciato nel letto
il tuo corpo nudo. Dormo dentro la forma
del tuo corpo, sprofondato in un’oscurità biancastra. Sento
che ti lavi, che fai il caffè, che aspetti.
Sento che mi stai sopra e non ti decidi. Il tuo sorriso
percorre tutto il mio corpo, mi rende le unghie molli.
      Dormo.
Vele bianche passano fulminee e immobili. Una coperta rossa
appesa alla corda. Il rosso mi pesa sulle ciglia.
Donne nude nel fiume. Uomini nudi sugli alberi.
Cavalli lenti e gravi (no, non tristi) passeggiano sui
fondali bassi del mare. Uno ha un’erezione,
il membro nero sfiora appena l’acqua. Una ragazza piange.
Un ragazzo incide col temperino sul gelso un 99,
poi aggiunge un altro 9. Dormo più profondamente, più
      dentro.
Un passero sulla criniera del leone bianco. Tir, tir, –
grida. Il mondo
è carne e luce e grasso sperma. Buongiorno, amore.
      Buongiorno.

da Parola carnale di Ghiannis Ritsos

io in.. un altro dire

7 novembre 2014 § Lascia un commento

la solitudine della sapienza

finalista al Premio Lorenzo Montano (2014)

 

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non ho creduto in niente

6 ottobre 2014 § Lascia un commento

 “… se oggi dovessi dire, in breve, quale sia la pulsione profonda da cui è nata tutta la moderna poesia, direi che tale pulsione è quella dell’anarchia. E’ questo impulso che mi ha fatto scrivere, una volta, a conclusione di una poesia del 1976, come proposta di autoepitaffio: ‘Non ho creduto in niente’. E il problema di un poeta, oggi, rimane sempre per me, come per i suoi lettori del resto, quello di trasformare l’impulso alla rivolta in una proposta di rivoluzione, e fare della propria miscredenza un progetto praticabile”.

Edoardo Sanguineti
http://www.anteremedizioni.it/edoardo_sanguineti_0

continuavano a dire poetessa

12 settembre 2014 § Lascia un commento

Greta avrebbe dovuto capire che quell’atteggiamento – passivo tollerante – era una benedizione per lei, come poeta, perché c’erano cose, dentro le sue poesie, tutt’altro che simpatiche o facili da chiarire.
(La madre di Peter e i suoi colleghi – quelli che lo sapevano almeno – continuavano a dire poetessa. Ma a lui aveva insegnato a non farlo. A parte questo, non ci fu bisogno di insegnare niente a nessuno. I parenti che si era lasciata alle spalle e quelli che al momento la conoscevano nel ruolo di casalinga e di madre, non avevano bisogno di imparare, perché non sapevano nulla di stranezze simili).

da Uscirne Vivi di Alice Munro
uscirne vivifoto di sofia demetrula rosati

il demolito è l’unica dimora del ritorno

20 agosto 2014 § Lascia un commento

Persefone esce dal Tartaro per reiterare l’annuale ritorno sulla terra. Demetra l’attende. Ade l’insegue. Sfinita dall’eterna
divisione tra il desiderio di un uomo che la trattiene nel mondo delle ombre e una madre (doppio di sé) che la reclama alla vita, per far maturare i campi d’orzo, Persefone dimentica il suo compito. Il suo ventre nel mondo delle ombre rimane sterile, mentre quello della madre, doppio di sé, partorisce ogni anno, grazie a lei. Ella allora, prende coscienza del suo corpo sterile eppure fecondatore, del desiderio che la minaccia senza darle piacere. Il suo nome le dà senso e coraggio. Lei è pharo-phonos “colei che porta la distruzione”, niente più di questo. Il corpo-donna si ribella al mito e conquista uno spazio, una “no man’s land” tra la vita e la morte.

non esiste    una vera        posizione    del piacere
il fiato sul collo  è    il mio
le mani      sul ventre   sono     le mie
le dita     nel mio utero     cercano   con misura
una piega     tra la    pelle rugosa
dove poter ancora        resistere

ho dimenticato i semi di melagrana e
non ricordo più qual è il mio compito

quanta luce         arde il sole
io  cammino    non ho memoria   dei passi della fuga
il cemento   ha distratto          chi mi insegue
non comprendo altro ritorno          che non sia demolizione

la dimora non    emette suono

sono un mattino di fine giugno
perché mi chiamate sera d’autunno?

mia madre che   ho generato
mi aiuta a   partorire    in
questa   lunga giornata      estiva
stesa nel    campo d’orzo
sotto un sole di ferro   arrugginito
ma non vedo   uscire nulla       dal mio utero
solo   liquido amniotico   che lei
asperge sul campo   e   una
placenta livida e      maleodorante   che lei
dà in pasto agli animali   fermi  sul
margine    del bosco di pioppi bianchi

dov’è il mio frutto? il partorito?
nell’utero solo  le   mie   dita

io  sono ancora un   mattino   di fine giugno  e  tu
da me generata             che mi chiami figlia

parli dell’autunno e    del ritorno
mi dici che lì    sotto questa terra   che
stai fecondando  con     il  mio ventre
lì sotto   c’è la dimora
la mia dimora

non esiste    una vera        posizione    del piacere
il fiato sul collo  è    il mio
le mani      sul ventre   sono     le mie
le dita     nel mio utero     cercano   con misura
una piega     tra la    pelle rugosa
dove poter ancora        resistere

ho dimenticato i semi di melagrana e
non ricordo più qual è il mio compito

quanta luce         arde il sole
io  cammino    non ho memoria   dei passi della fuga
il cemento   ha distratto          chi mi insegue
non comprendo altro ritorno          che non sia demolizione

la dimora non    emette suono

sono un mattino di fine giugno
perché mi chiamate sera d’autunno?

mia madre che   ho generato
mi aiuta a   partorire    in
questa   lunga giornata      estiva
stesa nel    campo d’orzo
sotto un sole di ferro   arrugginito
ma non vedo   uscire nulla       dal mio utero
solo   liquido amniotico   che lei
asperge sul campo   e   una
placenta livida e      maleodorante   che lei
dà in pasto agli animali   fermi  sul
margine    del bosco di pioppi bianchi

dov’è il mio frutto? il partorito?
nell’utero solo  le   mie   dita

io  sono ancora un   mattino   di fine giugno  e  tu
da me generata             che mi chiami figlia

parli dell’autunno e    del ritorno
mi dici che lì    sotto questa terra   che
stai fecondando  con     il  mio ventre
lì sotto   c’è la dimora
la mia dimora

finalista Premio Montano (2011)

© sofia demetrula rosati
 

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