Il canto di Saffo – Musicalità e pensiero mitico dei lirici greci: La scrittura cambia la parola, di Gabriella Cinti

Avatar di Luciano NotaLA PRESENZA DI ÈRATO

saffo-e-alceoLa scrittura presenta un rapporto paradossale con la morte, se già Platone la accusava di essere disanimata e di distruggere la memoria, come acutamente ci fa riflettere Ong, riferendo citazioni come quella della Seconda Lettera di San Paolo ai Corinzi (3,6): «La lettera uccide, mentre lo spirito dà vita». Emozionante, ancora, quando richiama la nostra attenzione sull’usanza ancora largamente diffusa di comprimere fiori freschi tra le pagine dei libri, soprattutto per ricordare qualche cosa o momento particolarmente significativo, gialli boccioli appassiti tra pagina e pagina, dove il fiore secco, che un tempo era vivo, è l’equivalente psichico del testo verbale. Poi dice: «Il paradosso consiste nel fatto che lo stato di morte del libro, la sua rimozione dal mondo umano vivente, la sua rigida fissità visiva, ne assicurano la durata nel tempo e la possibilità di risorgere in illimitati contesti viventi, grazie a un numero potenzialmente infinito di lettori».

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Aglaja Veteranyi, La fuga

Avatar di Anna Maria CurciUnterwegs

16 anni fa, il 3 febbraio 2002, Aglaja Veteranyi, nata nel 1962, decise di porre fine alla sua vita. Avevo avuto modo di vederla una volta, in Svizzera, a Lucerna, nel corso di una delle sue Lesungen che organizzava quasi come fossero esibizioni circensi. Una poesia funambola senza rete, per dirla con le parole di Mascha Kaléko. Una scrittura, anche nella prosa – penso al romanzo Warum das Kind in der Polenta kocht – accompagnata dallo sguardo spalancato e stupito e ferito di due occhi grandi, chiari, indicibilmente belli. Allorché nel dicembre 2002, nel castello svevo di Trani, in occasione del convegno In medias res organizzato da Lend Bari (5-7 dicembre), scelsi di parlare di Migrantenliteratur. Premio Adelbert von Chamisso e dintorni, decisi di leggere, tra l’altro, questa mia traduzione della poesia Die Flucht di Aglaja Veteranyi. Come testimonia il testo  pubblicato nel numero di “Frontiere” del giugno…

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L’ideale poetico di everywhere

Avatar di EGVivere per Haiku - Blog del gruppo Facebook "Lab Zen Haiku Italia"

La grande differenza tra chi scrive haiku e chi vive per haiku sta nel vedere.

Chi scrive haiku pratica l’ispirazione, le sensazioni, una qualche forma di ricerca.

Chi vive per haiku invece trova tutto già scritto, non ricerca,  scrive senza scrivere, perchè non c’è differenza tra poesia e la sua vita.

Chi vive per haiku non discrimina, tutti i luoghi ed ogni momento sono uguali, perchè tutto è haiku, tutto è già lì, si tratta solo di vedere e raccogliere.

Everywhere è quindi quell’ideale poetico, non estetico ma compositivo, che invita a raccogliere il qui e ora, in qualsiasi posto o luogo ci troviamo, senza fare differenze tra le maldive e una cabina armadio.

Nel momento in cui diventi consapevole del tuo qui e ora, ogni volta che smetterai di lasciarti guidare dal pensiero, avrai creato le condizioni per un haiku everywhere, sarai vuoto, quindi pronto a raccogliere.

Perfino quando…

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Trotula De Ruggiero

condivido questa bellissima poesia scritta da Antonio Devicienti su Trotula, musa che ha ispirato anche un mio poema http://wp.me/p1MY5h-Fg

Avatar di Antonio Devicienti. Via LepsiusVia Lepsius

Il sole, cibo del pensiero, scorre
per le membra
che suggono piacere d’essere
vive.
Ascoltiamo le voci e i canti
del mercato.
Sarà gioia
il desinare –
assaporare sul palato
cibi colmi di sole e parco
vino.
La mano,
nel guidare la penna,
si vede bella, si coglie
libera,
si slancia in un volo
sul porto e sul mare
sul mare e sul porto.
Gli occhi, che la seguono,
intuiscono sotto l’azzurro
le migrazioni favolose
dei pesci,
quello spostarsi nel ventre
dell’acqua
a disseminare uova di vita
e cicli di stagioni.
Ogni atomo del mio corpo
eguale
agli atomi che sostanziano
la terra.
Aver cura del corpo
aver cura della terra.
E scalzi, sentirsi scalzi
anche quando si hanno le scarpe
ai piedi
e stare (il corpo sta,
la mente sta)
sulla pelle della terra:
essere gravidi
di terrestrità.
Attraversare la città
dai capelli di rara pioggia,
aver lavato con…

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