il demolito è l’unica dimora del ritorno

20 agosto 2014 § Lascia un commento

Persefone esce dal Tartaro per reiterare l’annuale ritorno sulla terra. Demetra l’attende. Ade l’insegue. Sfinita dall’eterna
divisione tra il desiderio di un uomo che la trattiene nel mondo delle ombre e una madre (doppio di sé) che la reclama alla vita, per far maturare i campi d’orzo, Persefone dimentica il suo compito. Il suo ventre nel mondo delle ombre rimane sterile, mentre quello della madre, doppio di sé, partorisce ogni anno, grazie a lei. Ella allora, prende coscienza del suo corpo sterile eppure fecondatore, del desiderio che la minaccia senza darle piacere. Il suo nome le dà senso e coraggio. Lei è pharo-phonos “colei che porta la distruzione”, niente più di questo. Il corpo-donna si ribella al mito e conquista uno spazio, una “no man’s land” tra la vita e la morte.

non esiste    una vera        posizione    del piacere
il fiato sul collo  è    il mio
le mani      sul ventre   sono     le mie
le dita     nel mio utero     cercano   con misura
una piega     tra la    pelle rugosa
dove poter ancora        resistere

ho dimenticato i semi di melagrana e
non ricordo più qual è il mio compito

quanta luce         arde il sole
io  cammino    non ho memoria   dei passi della fuga
il cemento   ha distratto          chi mi insegue
non comprendo altro ritorno          che non sia demolizione

la dimora non    emette suono

sono un mattino di fine giugno
perché mi chiamate sera d’autunno?

mia madre che   ho generato
mi aiuta a   partorire    in
questa   lunga giornata      estiva
stesa nel    campo d’orzo
sotto un sole di ferro   arrugginito
ma non vedo   uscire nulla       dal mio utero
solo   liquido amniotico   che lei
asperge sul campo   e   una
placenta livida e      maleodorante   che lei
dà in pasto agli animali   fermi  sul
margine    del bosco di pioppi bianchi

dov’è il mio frutto? il partorito?
nell’utero solo  le   mie   dita

io  sono ancora un   mattino   di fine giugno  e  tu
da me generata             che mi chiami figlia

parli dell’autunno e    del ritorno
mi dici che lì    sotto questa terra   che
stai fecondando  con     il  mio ventre
lì sotto   c’è la dimora
la mia dimora

non esiste    una vera        posizione    del piacere
il fiato sul collo  è    il mio
le mani      sul ventre   sono     le mie
le dita     nel mio utero     cercano   con misura
una piega     tra la    pelle rugosa
dove poter ancora        resistere

ho dimenticato i semi di melagrana e
non ricordo più qual è il mio compito

quanta luce         arde il sole
io  cammino    non ho memoria   dei passi della fuga
il cemento   ha distratto          chi mi insegue
non comprendo altro ritorno          che non sia demolizione

la dimora non    emette suono

sono un mattino di fine giugno
perché mi chiamate sera d’autunno?

mia madre che   ho generato
mi aiuta a   partorire    in
questa   lunga giornata      estiva
stesa nel    campo d’orzo
sotto un sole di ferro   arrugginito
ma non vedo   uscire nulla       dal mio utero
solo   liquido amniotico   che lei
asperge sul campo   e   una
placenta livida e      maleodorante   che lei
dà in pasto agli animali   fermi  sul
margine    del bosco di pioppi bianchi

dov’è il mio frutto? il partorito?
nell’utero solo  le   mie   dita

io  sono ancora un   mattino   di fine giugno  e  tu
da me generata             che mi chiami figlia

parli dell’autunno e    del ritorno
mi dici che lì    sotto questa terra   che
stai fecondando  con     il  mio ventre
lì sotto   c’è la dimora
la mia dimora

finalista Premio Montano (2011)

© sofia demetrula rosati
 

Antonis Fostieris tradotto su Anterem

19 Mag 2014 § Lascia un commento

Sul nuovo numero della rivista Anterem (n.88 – giugno 2014) dal titolo “Per crescita di buio”,  poesie di Antonis Fostieris dalla raccolta Lete prezioso.

Traduzione e riflessione critica di Sofia Demetrula Rosati

 

anterem_88

 

 Si potrebbe dire che abbiamo due destini: uno mobile e senza importanza, che si compie; e un altro, immobile e importante, che non si conosce mai.
Musil

 Sommario

 Editoriale

 

carte nel vento

2 febbraio 2012 § Lascia un commento

La poesia “il demolito è l’unica dimora del ritorno” è stata pubblicata dal periodico on line Carte nel vento di gennio 2012, annoIX, numero 16, accompagnata da una nota critica di Marco Furia.

il demolito è lunica dimora del ritorno

poesia 2.0

4 novembre 2011 Commenti disabilitati su poesia 2.0

Pubblicato sul sito poesia 2.0 l’eBook del volume L’azione è un’estroversione del corpo.

eBook

pubblicazioni

15 luglio 2011 § Lascia un commento

l’azione è un’estroversione del corpo

Pur mantenendo la veste di silloge, l’azione è un’estroversione del corpo si svolge come un unico testo poetico in dodici atti, dodici quadri nei quali l’azione viene estroversa. L’alta tensione, mantiene un filo conduttore che si dipana lungo l’intera silloge e fa sì che essa ci appaia chiaramente segnata da un incipit e da un epilogo.

Ogni singola azione svolta sottende quella successiva. Ogni singola azione estroversa mantiene la sua unicità. Così le poesie sono scomposte in più pagine, portando chi legge a due precise azioni: la prima, quella dell’allungamento della pausa tra una strofa e l’altra, attraverso lo sfogliare delle pagine; la seconda, quella del fermare in memoria il verso precedente per collegarlo a quello della pagina successiva, mantenendo concentrazione. La tensione, così trattenuta, vorrebbe indurre a una lettura ad alta voce.

Sollecitando il corpo del lettore attraverso il movimento recitativo, esso si sentirà partecipe dell’atto poetico-creativo, riproducendolo tramite l’azione recitante. Un’estroversione del corpo che ha in sé una natura consapevole, ma non razionale.

da l’azione è un’estroversione del corpo

postfazione critica di Tiziano Salari

eBook

Pubblicato sul sito poesia 2.0 l’eBook del volume L’azione è un’estroversione del corpo.

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