la solitaria

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Col passare degli anni s’è arricchito il mio cuore,
ed ho meno bisogno oggi di ieri
di vendere me stessa al primo compratore
o di dare parola ai miei pensieri.

Che ci sia un uomo o no, non cambia niente
se ho me stessa e da me so dove andare:
posso scalare il colle in una notte ardente
lo sciame delle stelle contemplare.

Pensino pure d’avere il mio amore,
ch’io li rimpiango, sola e senza scorta –
se giova al loro orgoglio, a me che importa?
Basto a me stessa, come pietra o fiore.

Sara Teasdale

(Missouri 1884 – 1933)

“Sull’identità dell’arte: curatela immaginaria di una dissoluzione” di Franco Armieri

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L’esserci è sempre anche un essersi ed è sempre anche un essere gettati nella corporeità. Il gesto convesso del ”si” imprime la concavità nel “ci” – Lascia il segno – L’identità è impronta dell’altro da sé, impressione della medietà del “si”. La distinzione dal tutto si mette in atto nell’identificazione dell’appartenenza al gioco dei ruoli del non più / non ancora. Nel divenire del “gesto” che si fa impronta l’identità diventa tale, si plasma, e nella mutua appartenenza “l’esser tutt-altro per esser sé” imprime la presenza “convessa” del “ci” nella concavità nel “si”.

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Il possibile potere soverchiante del si costringe il pensiero al soggiornare, al farsi arredo dell’abitare invece che abitare stesso. Smaterializza l’identità dell’essere nel pensare come si pensa, nell’essere come si è.

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Ma il pensiero che familiarizza con la sua dimora, nel suo abitare, si volge all’osservazione di se stesso in atto – E’ coscienza…

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trascurare qualcosa di essenziale

*
Che posto abbiamo noi, esseri umani che percepiscono, decidono, ridono e piangono, in questo grande affresco del mondo che offe la fisica contemporanea? Se il mondo è un pullulare di effimeri quanti di spazio e di materia, un immenso gioco a incastri di spazio e particelle elementari, noi cosa siamo? Siamo fatti anche noi solo di quanti e particelle? Ma allora da dove viene questa sensazione di esistere singolarmente e in prima persona che prova ciascuno di noi? Allora cosa sono i nostri valori, i nostri sogni, le nostre emozioni, il nostro stesso sapere? Cosa siamo noi, in questo mondo sterminato e rutilante?

Non posso neppure immaginare di provare per davvero a rispondere a una tale domanda, in queste pagine semplici. È una domanda difficile. Nel grande quadro della scienza contemporanea ci sono molte cose che non capiamo, e una di quelle che capiamo di meno siamo noi stessi. Ma evitare questa domanda e fare finta di niente vorrebbe dire, credo, trascurare qualcosa di essenziale.

Teoria della relatività

Da Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli – Adelphi

certo che fa male

karin boye
Certo che fa male
di Karin Boye (Göteborg, 26 ottobre 1900 – 24 aprile 1941
)

Certo che fa male quando i boccioli si rompono
Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?
Perché tutta la nostra bruciante nostalgia
dovrebbe rimanere avvinta nel pallore gelato e amaro?
L’involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno.
Cosa c’è di nuovo che consuma e dirompe?
Certo che fa male, quando i boccioli si rompono,
male a ciò che cresce
                                         e a ciò che racchiude.

Certo che è difficile quando le gocce cadono.
Tremano d’inquietudine, pesanti, stanno sospese,
si aggrappano al ramoscello, si gonfiano, scivolano –
il peso le trascina giù, come provano ad arrampicarsi.
Difficile essere incerti, timorosi e divisi,
difficile sentire il profondo che attrae e richiama,
eppure rimane ancora a tremare soltanto –
difficile voler stare
                                      e voler cadere.

Allora, quando infine più niente aiuta
si rompono come esultando i boccioli dell’albero,
allora, quando non le trattiene più alcun timore,
cadono scintillando le gocce del ramoscello,
dimenticano che furono impaurite dal nuovo,
dimenticano che furono in apprensione per il viaggio –
conoscono per un secondo la grande serenità,
riposano in quella fiducia
                                        che crea il mondo.

Karin_Boye_-_En_målares_önskanTraduzione di Daniela Mareschi

Fiorita come la lussuria

Avatar di calibanola Dimora del Tempo sospeso

Joyce Mansour

Joyce Mansour

“Secondo Arthur Rimbaud – uno dei numi tutelari del surrealismo –, la “donna poeta”, liberata dalle costrizioni sociali, avrebbe trovato “cose strane, insondabili, ripugnanti, deliziose”. Ebbene, con la poesia di Joyce Mansour, tale premonizione ha trovato certamente una delle sue realizzazioni più belle, imperiose ed emozionanti.”

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