in ginocchio
in ginocchio sul pavimento
il volto nelle mani calde
ho bevuto sangue
tra le gambe per
non disperdere vita
strano sapore
n e c r o t i z z a n t e
sofia demetrula rosati
sai come succede quando sei innamorata
e sorridi anche ai lampioni e ti sembra di riconoscerlo ovunque
il volto di lui
e scorri via veloce e leggera come se la vita non ti potesse toccare
per un gioco di luna quasi piena con le buste della spesa in mano e
quel sorriso che per un attimo si era distratto e
poi lo vedi con un volto proteso verso di te
con una espressione che è una richiesta e tu in quell’attimo
rispondi con il cuore che ti si infrange di tenerezza
è lui! con quella richiesta d’amore sempre pronta in viso
non appena ti vede lì seduto sui gradini fuori dal supermercato
poi torni a sorridere è solo un inganno di una luna quasi piena
l’uomo sui gradini ti mostra il suo piccolo cappello da basket vuoto
e ti vede sorridere e ne è certo un euro forse due
me li lascerà questa donna
e tu svolazzi via ridendo dell’inganno
e compiaciuta della perfezione del tuo innamoramento
perché lui lo vedi ovunque
con quella sua richiesta d’amore che è l’espressione di un volto
e l’uomo seduto sui gradini non capisce perché gli hai sorriso
senza dargli neanche un euro e forse ti maledice
tu via leggera verso quella richiesta d’amore
così impressa nella tua mente
anche sotto quell’inganno di luna quasi piena
Quando mi si chiede di tradurre poesia, nel mio caso dal greco moderno, so già che mi aspetta un lungo periodo di inquietudine, di lettura dei testi e pause infinite, ruminazioni senza posa, nottate sui dizionari, spesso più su quello di italiano piuttosto che su quello di greco, innamoramenti lessicali, infinito fare e disfare. E so che prima o poi sarò costretta a mettere un punto, mio malgrado, avendo trasgredito qualsiasi “andare oltre le scadenze”. Sarò costretta a mettere un punto perché altrimenti quella traduzione non vedrà mai fine e pubblicazione. Ma ogni volta mi chiedo come si fa a chiudere una traduzione?
Voglio dire: per un qualsiasi testo poetico, italiano o già tradotto, ad ogni rilettura trovo una nuova dimensione di senso, un’ispirazione, una sfumatura e mai finisco e mai voglio finire perché altrimenti non sarei poeta io stessa. E in questi casi mi trovo di fronte ad testo già chiuso (o almeno così qualcuno ha deciso). Ma quando devo essere io a decidere? Beh si dirà: attieniti quanto più strettamente al testo scritto dal poeta ed effettua solo quei tradimenti “necessari” a che la lettura della poesia possa “svolgersi” in italiano. Ma io non sono una traduttrice, io sono poeta. Quando apro il dizionario per vedere quante “sfumature” di traduzione ha uno stesso vocabolo, per me sono tutte da tenere in serissima considerazione, e poi quando propendo per un vocabolo allora ne vado a cercare le sfumature nel dizionario di italiano per essere sicura che voglia dire proprio quello che io ho sentito “volesse” dire, per poi, ovviamente tornare indietro.
Se penso a tutte le volte che amici o lettori appassionati dei miei testi mi hanno chiesto “ma cosa volevi dire esattamente qui, in questo/i versi….spiegami” e alla rabbia che puntualmente mi assale e che nascondo malvolentieri perché l’unica risposta possibile è: quello che io voglio dire a te non deve interessare più di tanto, non sperare di rubarmi l’anima anche se te l’ho sbattuta su di una pagina bianca, vedi piuttosto se qualche parte della “tua” anima si rispecchia in quella pagina opaca e parlamene.
E quindi con quale presunzione posso pensare di accingermi a tradurre un testo cercandone la traduzione più esatta e soprattutto a quali delle infinite dimensioni di senso che mi arrivano da quel testo dovrò dare voce e, finalmente far cadere la penna? Sinceramente non lo so.
Mi dico solo che, meno male non sarò l’unica a tradurre questo testo, anche altri traduttori e poeti si cimenteranno, prima o poi con esso e riporteranno altro. Io avrò solo fatto la traduzione più approssimativa al mio dire di quel preciso momento della mia vita.
il frattale del dolore produce geometrici movimenti di bellezza incostante un alito di vento poi rinuncia bambini stuprati urla più vischiose del sangue cercano qualcosa su cui attaccarsi morire di fame uno ogni cinque secondi una donna su tre ha subito una violenza una bambina più volte molestata e violentata ha contratto l’HIV ora è una donna la speranza costruisce epicentri confidando nell’irradiazione a onde d’urto dopo un’eruzione vulcanica la vita torna nel giro di tre anni costanza sbalorditiva qui nel luogo del post Big Bang non c’è tregua la morte è solo un movimento nel passaggio geometrico di un frattale in bellezza incostante
Come Diogene e Alessandro, ho chiesto alla vita soltanto che non mi togliesse il sole. Ho avuto desideri, ma mi è stata negata la ragione di averli. Sarebbe stato meglio che avessi trovato ciò che ho davvero trovato. Per ogni cosa ho esitazione, spesso senza sapere perché. Cerco spesso, come una linea retta, la distanza più lunga fra due punti, considerandola in teoria la linea retta ideale. Non ho mai avuto l’arte di vivere in maniera attiva. Ho sempre sbagliato i gesti che nessuno sbaglia. Ho sempre fatto il possibile per tentare di fare quello che tutti sanno fare. Voglio sempre ottenere ciò che gli altri riescono ad ottenere anche senza volerlo. Fra me e la vita ci sono sempre stati dei vetri opachi. Non mi sono mai accorto degli altri né attraverso la vista né attraverso il tatto, e non ho vissuto la vita o il suo progetto. Sono stato il vaneggiamento di colui che volevo essere, il mio sogno è cominciato nella mia volontà, il mio proposito è stato la finzione di ciò che io non ero. Non ho mai saputo se era eccessiva la mia sensibilità per la mia intelligenza o la mia intelligenza per la mia sensibilità. Ho tardato sempre. Non so per quale delle due ho tardato: forse per entrambe, o per l’una o per l’altra. O forse la terza ha tardato.
Fernando Pessoa
(Lisbona 1888 – 1935)
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